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Nella sua magistrale lezione, il professore Carlo Toffalori ha sfatato un luogo comune molto radicato: la matematica come un sistema di leggi fisse, immutabili e aride; la letteratura, e in generale l’arte, come sede delle emozioni, dell’immaginazione e della creatività. Così F. Dostoevskij che nelle Memorie del sottosuolo (1864), contestando un mondo che allora si uniformava a schemi prettamente logici, statistici e matematici, afferma: “Signore Iddio, che cosa importa a me delle leggi della natura e dell’aritmetica…La nostra vita è sempre la vita, e non già solamente un’estrazione di radice quadrata”.
Ma è possibile un capovolgimento altrettanto radicale? Le formule della poesia e le emozioni dei teoremi?
Due le voci che si rincorrono. S. Kovalevskaja, matematica, la prima donna che in Europa ottenne una cattedra universitaria (1889): “È impossibile essere matematici senza avere l’anima di un poeta…Il poeta deve vedere ciò che gli altri non vedono. E il matematico deve fare lo stessso”. La poetessa W. Szymborska, Nobel per la Letteratura nel 1996: “Non ho difficoltà a immaginare un’antologia dei più bei frammenti della poesia mondiale in cui trovasse posto anche il teorema di Pitagora. Perché no? Lì c’è quella folgorazione che è connaturata alla grande poesia…e una grazia che non a tutti i poeti è stata concessa” (Letture facoltative,1992).
Tanti sono stati gli aspetti approfonditi dal prof. Toffalori per sottolineare la profonda connnessione esistente fra lettere e numeri, anche se, come sosteneva B. Pascal, “è raro che i geometri siano sottili e i sottili geometri” (Pensieri, 1670). Mentre lo spirito di geometria classifica e ordina, lo spirito di finezza riesce a cogliere l’essenziale. Ma non possiamo escludere una possibile intersezione: geometri sottili. Matematici scrittori lo confermano: Galileo, lo stesso Pascal, Poincaré (18541912), Hilbert (1862-1943), Russell (1872-1970), Solženicyn (1918-2008), Coetzee (1940). E che cosa aggiungere, se non il fatto che gli ultimi tre matematici furono insigniti del Premio Nobel per la Letteratura?
E il “calcolo” della parola nella letteratura e nell’arte? Un romanzo non è forse una sinfonia di contrappunti, formule, simboli e la musica un esercizio aritmetico nascosto in cui l’animo non sa di contare?
Superando la dicotomia illuministica tra ragione e sentimento, Novalis afferma: “Pensare è calcolare, romanticizzare è algebrizzare”. Seguiamo allora questa linea, partendo da Platone.
Nell VII libro della Repubblica il filosofo si focalizza sulle discipline che preparano la mente del buon governante alla dialettica, dunque alla conoscenza della verità: aritmetica, geometria (piana e solida), astronomia, musica. Sono le arti medievali del quadrivio che, insieme a quelle del trivio, grammatica, retorica e dialettica, compongono il fondamento dell’istruzione liberale. Inoltre Platone nella cosmogonia del Timeo indica cinque solidi (poliedri regolari convessi) di cui quattro rappresentano i quattro elementi costitutivi del mondo secondo una prospettiva aritmetica: fuocotetraedo : aria-ottaedro = aria : acqua-icosaedro = acqua : terra-esaedro. Il Demiurgo, un perfetto geometra, “li adornò di forma e numeri sottraendoli alla loro condizione di disordine”. Il quinto solido, dodecaedro, viene associato all’intero cosmo. Queste forme geometriche garantiscono proporzione e armonia nella creazione.
Solidi platonici compaiono anche nelll’arte: L. Pacioli, De divina proportione con disegni di L. da Vinci (1509); S. Dalì, Ultima cena (1955).
Ulteriori e affascinanti corrispondenze letterarie e matematiche sono state proposte dal prof. Toffalori.
La matematica sovrabbonda fra i misteri, i bagliori e le folgorazioni della terza cantica della Commedia in cui la Scienza, Virgilio, cede il passo alla Teologia, Beatrice. Significativa è la similititudine fra le sette arti liberali e sette dei nove cieli del Paradiso: il cielo della Luna si può comparare alla grammatica, quello di Mercurio alla dialettica, il cielo di Venere alla retorica, quello del Sole all’aritmetica, il cielo di Marte alla musica, quello di Giove alla geometria, il cielo si Saturno all’astronomia (Dante, Convivio Trattato Secondo, XIII). Evocativa è la similitudine con cui Dante nel canto XXXIII del Paradiso cerca di spiegare l’unione delle due nature, umana e divina, in Cristo: “Qual è ‘l geomètra che tutto s’affige / per misurar lo cerchio, e non ritrova, / pensando, quel principio ond’elli indige, / tal era io a quella vista nova: / veder voleva come si convenne / l’imago al cerchio e come vi s’indova” (vv. 133-138).
L’ineffabilità della visione dantesca non può che essere espressa mediante metafore e similititudini.
Anche Pascal sottolinea i limiti della ragione: “L’ultimo passo della ragione è riconoscere che ci sono infinite cose che la superano”…anche una scommessa argomentata in chiave probabilistica sull’esistenza di Dio? (tema dibattuto nei Pensieri).
Il prof. Toffalori ha concluso il suo intervento citando il dramma La lezione (1951) di E. Ionesco per sottolineare come la matematica non sia impulso a imparare a memoria o delega a una calcolatrice o affidamento all’IA. La matematica è altro: richiede una grande creatività e una grande capacità immaginativa, e la letteratura può aiutare a comprenderla. Si configura infatti vincente l’approccio maieutico proposto all’inizio dell’incontro: Socrate interroga uno schiavo che, pur ignorando i fondamenti della geometria, giunge a una soluzione soddisfacente tramite il dialogo e il ragionamento, confermando la celebre convinzione del suo maestro: “non c’è conoscenza che l’anima non abbia già appreso” (Platone, Menone).
Prof.ssa Cinzia Marcucci
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